Perimplantite: sintomi, cause e come si cura

Implantologia

ragazza sofferente a causa stomatite

Un impianto dentale non può cariarsi, ma i tessuti che lo circondano possono ammalarsi. Quando succede, si parla di perimplantite: un’infiammazione che colpisce gengiva e osso attorno all’impianto e che, se trascurata, ne compromette la stabilità.

È la principale causa di fallimento tardivo degli impianti, cioè di quei problemi che compaiono anni dopo un intervento perfettamente riuscito.

La buona notizia è che si sviluppa lentamente e dà segnali riconoscibili: individuata in tempo, nella maggior parte dei casi si può trattare senza rimuovere l’impianto.

Che cos’è la perimplantite

La perimplantite è un’infezione di origine batterica che interessa i tessuti attorno a un impianto dentale.

Tutto parte dall’accumulo di placca nel punto in cui l’impianto emerge dalla gengiva. I batteri innescano un’infiammazione che, se non viene interrotta, si estende in profondità fino a intaccare l’osso che sostiene l’impianto.

La differenza rispetto a una semplice infiammazione gengivale è proprio questa: nella perimplantite c’è già una perdita di osso di supporto. L’impianto resta ancorato, ma su una base che si sta riducendo.

Per questo il fattore tempo è determinante: prima si interviene, più osso si riesce a conservare.

Mucosite perimplantare o perimplantite: la differenza che conta

Prima della perimplantite esiste sempre uno stadio iniziale, chiamato mucosite perimplantare.

  • Mucosite perimplantare: l’infiammazione riguarda solo la gengiva. La mucosa è arrossata, gonfia e sanguina, ma l’osso è ancora intatto. È una condizione reversibile: con una terapia igienica adeguata i tessuti tornano sani.
  • Perimplantite: l’infiammazione ha superato la gengiva e ha raggiunto l’osso, che inizia a riassorbirsi. L’osso perso non si ricostruisce da solo e il trattamento diventa più complesso.

Riconoscere la mucosite e trattarla subito è il modo più efficace per non arrivare mai alla perimplantite.

Quali sono i sintomi della perimplantite

I segnali sono spesso discreti, soprattutto all’inizio. I più frequenti sono:

  • gengiva arrossata o gonfia attorno all’impianto
  • sanguinamento durante lo spazzolamento o al semplice tocco
  • fuoriuscita di pus dal solco gengivale
  • alito cattivo persistente o cattivo sapore localizzato
  • gengiva che si ritira, con la parte metallica dell’impianto che diventa visibile
  • senso di tensione o fastidio alla masticazione

C’è un aspetto che sorprende molti pazienti: la perimplantite spesso non fa male. Un impianto non ha nervi, quindi manca il campanello d’allarme del dolore che invece accompagna la carie o l’ascesso.

Quando compare la mobilità dell’impianto, purtroppo, la perdita ossea è già in stadio avanzato. È il motivo per cui i controlli periodici valgono più dei sintomi.

Le cause e i fattori di rischio

All’origine c’è sempre l’accumulo di placca batterica, ma alcune condizioni rendono il problema molto più probabile:

  • igiene orale insufficiente, in particolare la mancata pulizia degli spazi tra impianto e denti vicini
  • fumo, che riduce l’ossigenazione dei tessuti e la loro capacità di difesa
  • parodontite pregressa: chi ha perso i denti naturali per la piorrea è più esposto
  • diabete non controllato e altre condizioni che rallentano la guarigione
  • residui di cemento protesico rimasti sotto gengiva dopo il montaggio della corona
  • protesi difficile da pulire, che rende inefficace anche un’igiene scrupolosa
  • assenza di controlli periodici e di sedute di igiene professionale

Molti di questi fattori sono modificabili, ed è proprio su questi che si costruisce la prevenzione. Sul ruolo del fumo abbiamo dedicato un approfondimento a parte: impianti dentali e fumo, quali sono i rischi reali.

Come si arriva alla diagnosi

La diagnosi di perimplantite si basa su due esami semplici e rapidi, eseguiti durante una normale visita di controllo.

Il primo è il sondaggio perimplantare: con una sonda millimetrata si misura la profondità del solco attorno all’impianto e si verifica la presenza di sanguinamento o suppurazione.

Il secondo è la radiografia endorale, che mostra il livello osseo attuale. Il confronto con le radiografie eseguite al momento della protesizzazione permette di capire se e quanto osso è stato perso nel frattempo.

Proprio per questo conservare la documentazione radiografica dell’intervento è importante: senza un punto di partenza, valutare l’entità del riassorbimento diventa più difficile.

Come si cura la perimplantite

Il trattamento dipende da quanto è avanzata l’infiammazione e da quanto osso è già stato perso.

Terapia non chirurgica. Nelle forme iniziali si procede con la rimozione meccanica di placca e tartaro dalla superficie implantare, utilizzando strumenti dedicati che non danneggiano il titanio. Il trattamento viene completato con la decontaminazione della superficie e con l’uso di antisettici locali, associati in casi selezionati a una terapia antibiotica.

Terapia chirurgica. Quando il difetto osseo è più esteso, si accede alla zona sollevando un lembo gengivale per decontaminare a fondo la superficie dell’impianto. A seconda della forma del difetto, si può procedere con una tecnica rigenerativa, che utilizza biomateriali per ricostruire l’osso perduto, oppure con una tecnica resettiva, che rimodella i tessuti per renderli più facili da pulire.

Rimozione dell’impianto. È l’ultima opzione, riservata ai casi in cui la perdita ossea è troppo estesa perché l’impianto possa essere recuperato. Dopo la guarigione, ed eventualmente dopo una rigenerazione ossea, è spesso possibile inserire un nuovo impianto.

In tutti i casi, il trattamento funziona solo se accompagnato da un programma di mantenimento: senza il controllo della placca, l’infiammazione tende a ripresentarsi.

Come prevenire la perimplantite

La prevenzione è la parte più efficace di tutto il percorso, e si gioca su abitudini quotidiane più che su interventi complessi.

  • pulire ogni giorno gli spazi interdentali con scovolino o filo dedicato, oltre al normale spazzolamento
  • rispettare le sedute di igiene professionale, che per i portatori di impianti sono più ravvicinate rispetto alla media
  • sottoporsi ai controlli periodici, con sondaggio e radiografia quando indicato
  • smettere di fumare, o quantomeno ridurre in modo significativo
  • tenere sotto controllo le patologie sistemiche, a partire dal diabete
  • segnalare subito ogni sanguinamento, senza aspettare che compaia il dolore

Un impianto ben curato può durare moltissimi anni. La differenza, nel tempo, la fanno la costanza nell’igiene e la regolarità dei controlli: trovi altri consigli pratici nell’articolo dedicato alla pulizia e manutenzione degli impianti dentali.

Domande frequenti sulla perimplantite

La perimplantite fa male?

Spesso no, ed è proprio questo a renderla insidiosa. L’impianto non ha terminazioni nervose, quindi il dolore compare solo in fase avanzata o in presenza di ascesso. I segnali da non ignorare sono il sanguinamento e il gonfiore della gengiva.

Un impianto con perimplantite va sempre rimosso?

No. Se il problema viene individuato quando la perdita ossea è ancora contenuta, nella maggior parte dei casi l’impianto si può trattare e mantenere. La rimozione si rende necessaria solo quando l’osso di supporto è compromesso in modo troppo esteso.

Che differenza c'è tra perimplantite e parodontite?

Sono due malattie molto simili nel meccanismo, ma colpiscono strutture diverse: la parodontite riguarda i denti naturali, la perimplantite gli impianti. Attorno all’impianto mancano il legamento parodontale e la vascolarizzazione del dente naturale, quindi l’infiammazione tende a progredire più rapidamente.

Dopo quanto tempo può comparire la perimplantite?

Non ha un tempo prestabilito. Può manifestarsi anche a distanza di molti anni da un intervento perfettamente riuscito, perché dipende dal controllo della placca nel tempo e non dalla qualità dell’intervento iniziale.

L'osso perso si può recuperare?

In parte sì. Quando la forma del difetto lo consente, le tecniche rigenerative permettono di ricostruire una porzione dell’osso perduto con l’uso di biomateriali. Il recupero completo non è però sempre possibile, e dipende dall’anatomia del difetto e dalle condizioni del paziente.

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